La farfalla e il cappello alpino

Ornella Crocco, autrice della narrativa contemporanea italiana,  ci propone questo libro che si può incasellare nei romanzi classici con sfumature rosa e di avventura. “La farfalla e il cappello alpino” offre una trama interessante, di estrema bellezza in cui l’adrenalina scorre, come solo i grandi romanzi sanno fare. Il romanzo è composto da una serie di racconti che evidenziano la forza narrativa dell’autrice. Sono proprio questi a scatenare una vasta serie di emozioni: il racconto fantastico, quello struggente, quello romantico, tutti accompagnati da una profonda umanità piena di sentimenti autentici.

Il racconto inizia con la vicenda di una bimba che scrive la tradizionale letterina a Gesù Bambino e la madre, per renderla felice, vende il vestito del marito morto in guerra per poterle comprare un giocattolo, ma la bambina, nella sua letterina, chiedeva solo il vestito del suo papà per poterlo abbracciare, di notte, come se fosse ancora vicino a lei.

Tra i racconti c’è anche il piccolo Macrì orgoglioso di indossare il cappello da alpino del nonno, oppure quello di Dario, un ragazzo che desidera vincere un premio per aver scritto il tema più bello che parlerà della sua mamma, che non ha conosciuto perché morta mentre lo dava alla luce. Il filo dell’umanità che utilizza la Crocco per unire sapientemente tutti i racconti passa anche dall’ossessione di un uomo per le opere di Monet. Un caleidoscopico mondo raccontato con estrema finezza e sapienza.

I sentimenti che con autenticità riflettono le parole di questo romanzo , non cercando compassione, ma danni un nuovo volto alla vita e alle cose importanti. L’amore e la dolcezza, accompagnate di un pizzico di follia e una spolverata di fantasia lo rendono un romanzo adatto a  grandi e ragazzi che hanno voglia di immergersi in un mondo pieno di colori e luce, in cui il bene, alla fine, è sempre la vera salvezza della vita.

Michelle Cohen Corasanti: “Come il vento tra i mandorli”

L’autrice ebrea di origine americana e  stimata avvocatessa per i diritti civili, fu mandata, dalla famiglia, in Israele quando aveva 16 anni.  Al suo ritorno negli Stati Uniti, dopo sette anni, aveva una certezza in più: il diritto di dire quello che pensava. A questa donna si deve un passo molto importante: la fondazione dell’Associazione The Almond Tree Project nata per promuovere il dialogo tra il popolo israeliano e quello palestinese.

Il romanzo si srotola in Palestina, nel 1955. Qui si trova Ichmad, un ragazzino dodicenne arabo con una passione  sviscerata per la matematica. Vive con la sua famiglia in una piccola casetta e tutto il suo mondo sembra sereno e tranquillo, non potrebbe desiderare di più, fino a quando  il mondo gli crolla improvvisamente  addosso. Una mina uccide un suo famigliare e gli israeliani confiscano loro i terreni e l’abitazione e vengono trasferiti in un villaggio di collina isolato da tutto, senza acqua e luce. L’unica cosa che c’è  e attira Ichmad e suo fratello Abbas, è un mandorlo, pianta su cui i ragazzi salgono per vedere cosa fanno gli israeliani alla loro gente. Il padre del ragazzo, Baba, viene accusato ingiustamente, come tanti, di essere un terrorista e viene imprigionato a Droor, così sono i due fratelli a dover lavorare per mantenere la famiglia.

Ichmad sogna di andare all’Università, mentre Abbas considera lo studio una cosa inutile e desidera entrare nel Fronte di Liberazione per la Palestina. Quando Ichmad riuscirà a superare un concorso per entrare all’Università, il fratello decide di rompere i ponti con lui e non gli rivolge più la parola. Intanto Ichmad fa carriera e vince concorsi e borse di studio. Attorno alla vita di questi due ragazzi girano tutte le problematiche che coinvolgono i rapporti da Israele e Palestina, a partire da quelle che possono dividere un nucleo famigliare. In un lasso di tempo di circa cinquant’anni, la Corasanti è riuscita a descrivere con realismo le vicende legate alla sua terra e a quella dei vicini Palestinesi, senza propendere per uno o per l’altro. Un libro adatto a chi vuole vedere il sistema sotto un’ottica diversa e più reale.

In Toscana c’è una delle biblioteche più piccole al mondo

In un periodo in cui tutti si vantano delle grandi costruzioni, il comune di Barga, in provincia di Lucca, può vantare la biblioteca più piccola d’Italia e questo, se ci pensate bene, è un gran vanto visto che dimostra il vero amore per la cultura.

Una vecchia cabina telefonica, ormai diventate rare a causa dell’avvento dei cellulari, è stata trasformata dall’Associazione Pro Loco insieme al comune di Barga nella biblioteca più piccola d’Italia. Il comune ha promosso il progetto e la valorizzazione della Red Thelephone Box Barga, allestita appositamente per accogliere i libri e promuovere lo scambio, anche a livello internazionale visto che è stato inserito il Bookcrossing di Barga, offrendo la possibilità di seguire il libro lungo tutto il tragitto. Il progetto vuole creare un punto d’incontro e di confronto, anche nei piccoli luoghi dove non sono presenti le grandi biblioteche.

L’idea della cabina/biblioteca, però, non è di origine italiana poiché si deve all’architetto americano John Locke l’idea di riutilizzare le cabine telefoniche in questo modo. Quello che era diventato un ingombro, è stato trasformato in un luogo a cui diffondere la cultura, a partire dalle zone più periferiche o isolate. All’inizio l’esperimento non diede grandi frutti perché la gente non sapeva come interfacciarsi al nuovo progetto, ma pian piano, con l’inserimento del Bookcrossing, le cose sono cambiate, i libri non sono più stati rubati e la diffusione di questo nuovo mezzo culturale ha pian piano colpito l’interesse degli utenti.

In Europa, a fare da apripista al progetto, è stata la Germania dove sono stati disposte, oltre alle cabine, delle mensole dove sono risposti libri consultabili liberamente. A questo punto a continuare a stimolare e sostenere il progetto devono essere le persone che usufruiscono del servizio diffondendone sempre di più l’utilizzo e la cultura, in modo che siano tanti i luoghi che prendono esempio da Barga.

La biblioteca più antica del mondo si trova in Marocco

La biblioteca più antica del mondo si chiama Khizanat al- Qarawiyyin ed è stata costruita nel IX secolo d.C. per volere di una donna: Fatima al Fihiri. Si trova nel cuore della città vecchia di Fez, in Marocco.

Dopo lunghi anni di restauro è stata riaperta al pubblico e, insieme alla moschea e all’università, rappresenta il fulcro della vita culturale e, nel  suo patrimonio, sono compresi testi antichissimi e di valore inestimabile, tanto che le serrature del portone, che racchiudeva la stanza dove erano conservati, avevano quattro chiavi affidate a quattro persone diverse. Il destino di questa biblioteca è  legato alle donne, il suo restauro, infatti, è stato eseguito dall’architetto canadese di origine marocchina Aziza Chaouni.

Oggi, in una sala a temperatura e umidità controllata sono conservati, sotto stretto controlli, i testi più antichi  fra cui si trova una versione del Corano risalente al IX secolo e scritto sulla pelle di cammello con calligrafica cufica. I testi conservati sono oltre quattromila e trattano diversi argomenti tra cui grammatica, astronomia e giurisprudenza. Fatima al Fihiri ereditò una grossa  ricchezza dal padre che era un mercante. La donna dedicò i fondi alla costruzione della mosche con all’interno il complesso universitario e la biblioteca. Fatima è descritta come una giovane donna affascinata dal sapere e incuriosita dal mondo. Seguì personalmente i lavori di costruzione eseguì le lezioni tenute da celebri professori fino a quando la vita glielo concesse.

In origine la biblioteca era aperta solo agli studiosi, ma dopo il restauro è diventata accessibile a tutto il mondo che vuole vedere l’importanza di questo antico luogo di sapere e cultura. I suoi ambienti, nell’antichità, hanno accolto i più grandi studiosi del mondo musulmano come Ibn Khaldun (storico) e Ibn Al-Arabi (filosofo). I vari ambienti sono stati tutti restaurati cercando di mantenere integra la struttura originaria e la cupola del XII secolo sarà utilizzata per ospitare mostre permanenti e temporanee.